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Dalla catena di parole alle parole che incatenano

Se c’è un elemento su cui filosofi e filosofe concordano è che la filosofia ha bisogno di tempo, un tempo libero, libero da impegni di altra sorta che porterebbero via la possibilità stessa della filosofia, precisamente quella pausa nello scorrere incessante del tempo, in qualunque forma esso si configuri. Ma questo respiro in contro tempo proprio del filosofare non può essere imposto, deve essere scelto, altrimenti diventa routinario, conservatore e prevedibile; in definitiva, incapace di produrre quel termine così denso che risponde alla parola di evento.

Attualmente ci troviamo costretti dentro un tempo imposto in base ad un ritmo assente, sospesi dentro una temporalità vuota che sembra non scorrere più, a cui soprattutto non è ancora stato stabilito un limite: siamo in quarantena fino a nuovo ordine; vengono nominate partizioni fittizie quali fase “1,2,3” stella, vengono istituite date per placare l’ansia e il desiderio di una fine che puntualmente vengono disconfermate e dilatate.

 

Quanto si possa andare avanti così nessuno riesce a dirlo, ma penso che ognuno ci pensi in base ad uno schema che somiglia ad una matrioska di spazi che si contengono progressivamente: io rifletto da dentro il mio studio; il mio cervello funziona dentro la mia testa; il mio inconscio parla da dentro la mia coscienza; l’inconscio inconscio agisce da dentro l’inconscio conscio.

 

Ma se noi racchiudessimo il senso di ogni cosa all’interno della semplice dimensione coscienzialistica e psicologica, non raggiungeremmo mai un vero orizzonte condiviso; in questo senso mi interessa molto di più puntare il dito verso un unico elemento ma con precisione, anche se sembra riduttivo. Questa caratteristica coinvolge la nostra dimensione linguistica, evidenziata grazie alla convinzione filosofica che il linguaggio plasmi il nostro modo di pensare, tanto in base agli elementi del discorso scelti (lessico, sintassi, figure retoriche), quanto alle strutture che soggiacciono alle basi delle condizioni di enunciabilità, ovvero quell’insieme di regole che permettono la formulazione di un discorso come legittimo, la sua dimensione politica se volete.

In tal senso vorrei mostrare una delle costrizioni che personalmente percepisco come la più pesante, quella delle parole che incatenano, nello specifico in relazione a tre termini: guerra, distanziamento sociale, responsabilità.

L’idea di pensarci in guerra contro il virus è diffusa a chiare lettere in tutti i canali di comunicazione e ad ogni livello del significato, interpretazione in cui proprio non riesco a riconoscermi: la guerra non presuppone una simmetria tra schieramenti che si contrappongono in base ad una logica dialettica esclusiva, che ha per esito la vittoria di uno sull’altro attraverso la violenza? In questo senso non mi pare proprio che questa metafora, oltre a non essere fedele alla situazione presente, sia utile per i soggetti che affrontano la pandemia: il virus non ce l’ha con noi, non ha un’intenzione bellicosa, semplicemente segue la propria logica di diffusione, riproduzione ed evoluzione. Il virus non è cattivo, così come non è nemico. E noi umani, dall’altra parte, non usiamo delle armi vere e proprie per combattere l’invasore, perché al momento siamo letteralmente disarmati: abbiamo di fronte un essere ignoto, di cui stiamo iniziando ora a comprenderne la logica per cui si diffonde, si veicola ed evolve. La mossa estrema ma necessaria è la quarantena, fondata proprio sul principio che non possiamo sapere se siamo dei veicoli per il virus, a maggior ragione se sappiamo di esserne portatori: dobbiamo separarci dal resto del corpo sociale per salvaguardare “la comunità, la nazione, il popolo”, tre termini talmente ignorati nella nostra vita ordinaria che, non appena vengono sbandierati come elementi fondanti della nostra coabitazione del mondo per cui lottare, mi viene da vomitare.

Ovviamente tutto questo apparato bellico metaforico può essere sopportato solo facendo appello alla responsabilità di tutti nei confronti di tutti, e qui la retorica si spreca.

 

In cosa consiste esattamente questa responsabilità che tanto viene invocata a gran voce? Al pensare al proprio benessere, a quello del prossimo, ad una combinazione virtuosa di questi due principi? O è quella responsabilità per cui gli Italiani devono rifiutare lo Straniero perché non fa parte della sua Nazione? O forse è l’egoismo per cui in fondo “questa pandemia non è così grave perché colpisce per la maggior parte anziani”, persone con patologie pregresse o qualunque combinazione di elementi medici che finisce per determinare una popolazione come “i sacrificabili”?

 

A voi la risposta, per quanto mi riguarda mi riservo la comoda coperta del silenzio.

In ultima istanza, vorrei che pensassimo a cosa implica il “distanziamento sociale”: nella sua chiarezza, mi sembra evidente che il vero significato non è quello di produrre all’interno del gruppo sociale un distanziamento fisico come dichiarato, bensì risulta essere politico: è quella distinzione che si mira a istituire tra “sani” e “malati”, ovvero tra devianti e normali. Se si ragiona in questi termini, il passaggio dal contenimento di una pandemia che coinvolge il corpo sociale nella sua interezza, perché siamo così interconnessi che non è pensabile che un fenomeno globale come una pandemia tocchi alcuni e non altri, ad una convivenza con una malattia che divide il corpo sociale in “malati” e “non-malati”, produce inevitabilmente nella popolazione due schieramenti contrapposti non da un punto di vista medico, il che è palese, bensì da una prospettiva politico-sociale in cui c’è qualcuno che è pericoloso e qualcun’altro che da questo qualcuno deve essere difeso. Per questo motivo preferisco parlare di distanziamento fisico e solidarietà sociale, dove il primo compito deve essere rispettato, mentre il secondo compito deve essere pensato, istituito e prodotto grazie al pensiero critico tradotto in prassi politica.

Non so voi cosa pensiate; per quanto mi riguarda non solo questo non è il mondo che voglio per il domani, ma non è nemmeno il mondo che voglio ora, così come il modo in cui voglio pensare la situazione in cui versano ad oggi il mondo, la società, l’individuo, la mia soggettività.

La mia speranza è che queste parole, lontanissime dal voler essere una trattazione scientifica ed esaustiva della condizione in cui ci troviamo, possano suscitare anche solo una reazione, magari alcune domande del tipo:

 

“Come voglio pensare il momento che sto vivendo? Con quali parole voglio rappresentarmi quello che mi accade, ciò che è venuto prima e ciò che verrà dopo questo presente?”

 

Viceversa, qualcuno (non importa in che quantità) protesterà contro queste mie parole derubricandole come sterili, inutili, polemiche; a costoro vorrei solo ricordare che, etimologicamente, polemico deriva dal termine greco πόλεμος, polemos, ovvero la guerra

 

Anglerfish

 

N.d.A: Questo articolo ha preso spunto dalla Chain Reaction #2 di Granchio, Medusa e Nero di Seppia. Per vedere i contenuti, ecco i link agli articoli:

Chain Reaction 2

 

Now Playing… Chain Reaction 2

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